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10/12/1985 | Discussione al Parlamento Europeo sulle dimissioni di Enzo Tortora

Presidente – L’Onorevole Tortora ha trasmesso per iscritto le proprie dimissioni da deputato di quest’Assemblea. Ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 2 dell’Atto relativo all’elezione a suffragio universale diretto dei rappresentanti nell’Assemblea, l’Assemblea constata la vacanza e ne informa lo stato membro interessato.

Tortora (NI)
– Signor presidente, l’augure potrebbe trarre gli auspici: oggi è il 10 dicembre, il giorno dedicato a celebrare i diritti dell’uomo, i diritti della persona, per decisione delle Nazioni Unite ed era il 10 dicembre dello scorso anno quando, quasi presago, il Parlamento europeo volle dare una risposta, apparentemente ultronea, alla giustizia del mio paese, che chiedeva l’autorizzazione a procedere contro di me. “Sì – disse – ma non avrete mai l’autorizzazione ad arrestarlo, prima della sentenza definitiva”.
Oggi, 10 dicembre, dunque, io scelgo la via del carcere – e quali carceri, in Italia, sapeste colleghi – mentre avrei potuto continuare a coltivare l’onore di essere e operare per altri anni con voi, in attesa che giustizia fosse fatta di un’accusa che l’intero popolo italiano sente essere mostruosa. Ma colpevole di essere innocente, condizione tipica e necessaria, come sappiamo di ogni vittima sacrificale, di ogni capro espiatorio, quando con rito barbaro una comunità vuole trasferire e colpire i propri demoni interiori, dando il corpo e il volto di un altro al proprio male, colpevole di essere assolutamente innocente, mi assumo la responsabilità di disubbidire, carissimi colleghi, a quella delibera che, so bene, dovrebbe essere seguita anche da me, per doverosa e ragionevole deferenza alla saggezza e alla volontà del Parlamento.
Ma disubbidisco per fedeltà. Noi siamo il Parlamento che ha difeso, con una sua storica decisione, il diritto alla vita degli sterminandi per fame, la vita del diritto, della sua certezza, della sua pienezza, istituzionale e civile – come, certo, dimostreremo ancora domani con il nostro voto sul Vertice del Lussemburgo – per fedeltà ai miei ideali, a quello del Partito radicale che ho l’onore di presiedere, ai vostri, ai nostri, ho deciso di dare corpo non già a un sacrificio, in torbida convivenza con i miei persecutori, gli stessi che qui ieri avete solennemente denunciato, ma alla esigenza più urgente, più piena, più rigorosa di fare, di dire, di creare giustizia contro ogni violenza, contro la violenza della menzogna e delle ingiustizia. Voglio essere libero, quando la giustizia stessa del mio paese sarà liberata, libera anch’essa, davvero indipendente e sovrana alla sola soggezione della legge.
E’ una decisione di lotta, di speranza che ho preso in assoluta e intima libertà e convinzione, raggiungendo attraverso questo cammino la storia uguale dei miei compagni e del mio partito.
Nel salutarvi, signor presidente, mi preme però essere anche testimone di giustizia. Già qui e oggi, voglio dirvi, assicurarvi, che i giudici del mio paese, nella loro grande maggioranza, sono giudici di giustizia e non giudici di potere e di violenza. I giudici del mio paese, lo so, sono essi per primi offesi e oppressi da chi pretende troppo spesso di parlare in loro nome e ferisce ogni giorno la loro immagine e la loro vita difficile anche per responsabilità gravissima della classe politica al potere. Anche per loro e con loro dobbiamo percorrere questo duro e stretto sentiero e a loro va la mia e la nostra dichiarazione di rispetto e di fiducia.
Già il Presidente della Repubblica italiana Francesco Cossiga, giorni fa, ci ha dato un esempio. In prima persona egli ha ritenuto di doversi esporre, denunciando l’abuso di poteri costituzionali, di funzioni, di ruoli con cui si pretende di operare. Al Presidente della Repubblica, al Primo Magistrato d’Italia, si è risposto come un solo uomo, anzi un solo showman, tentando con un cattivo colpo di teatro, durato lo spazio di un mattino, di invalidarne la dignità e la legittimità davanti al paese da parte di chi, in questi anni, sempre più ha creduto di dover far coincidere il dovere dello jusdicere con l’organizzazione di campagne giudiziare, con l’esaltazione acritica del “pentitismo” con il dettato di vere e proprie risoluzioni strategiche, proprie di organizzazioni combattenti o di corporazioni di potere o di pre-potere.
Signor presidente, per questo dunque mi dimetto con decorrenza da venerdì, al termine di questa sessione parlamentare, come hanno fatto del resto, in passato, sia pure in condizioni diverse, i colleghi radicali che mi stanno accanto in questo momento, in questa Assemblea: l’onorevole Cicciomessere, l’onorevole Pannella, il mio compagno, affermatore di coscienza, Olivier Dupuis, in carcere a Bruxelles, Adele Faccio, Emma Bonino, Gianfranco Spadaccia e tanti altri.
Questa è la mia scelta. Non dubitate che in carcere sarò e resterò persona libera, più libera certo di coloro che hanno voluto mandarmici!
Signor presidente, e carissimi colleghi, nell’accomiatarmi da voi, prendo due impegni: il primo è che quando giustizia sarà stata fatta in Italia, se il popolo italiano me lo consentirà – e non ne dubito – tornerò tra voi. Il secondo è che, ovunque sarò, sarò degno di questo Parlamento, di tutti e di ciascuno di voi, della fiducia e dell’amicizia che mi avete dato, di quella dei miei elettori, di quella dei miei compagni di partito, del mio popolo, italiano ed europeo.


(Applausi)

Pannella (Nl). — (FR) Signor presidente, penso che tanto il regolamento quanto la prassi del nostro Parlamento esigano che lei chieda se non vi siano obiezioni all'atto che dobbiamo compiere in
risposta alle dimissioni, così come abbiamo formulato delle obiezioni nei confronti delle dimissioni del collega onorevole Anglade e di numerosi altri
colleghi durante la precedente legislatura.
La prego dunque, signor presidente, di chiedere ad
ognuno di noi e all'intera Assemblea se non vi
siano obiezioni o se qualcuno desideri intervenire
m merito all’atto che dobbiamo compiere.
Penso del resto che siamo in un certo numero a
desiderare di fare delle osservazioni. Per quanto
mi concerne, l’ho fatto: ringrazio il collega onorevole Tortora per la decisione da lui presa. Penso
veramente che la via che egli ha scelto di seguire
sia quella dell'onore e del diritto. Gliene sono
nconoscente molto al di là della profonda amicizia
che gli porto, perché onora in questo modo ognuno di noi e noi tutti.

Presidente — Onorevole Pannella, ho ascoltato
quanto lei ha detto, ma ho davanti agli occhi
l'articolo 7, paragrafo 3 del regolamento, a termine del quale le dimissioni sono presentate per
iscritto dall'interessato al presidente che ne informa il Parlamento, il quale constata la vacanza. La constatazione della vacanza consegue automaticamente alla comunicazione di dimissioni. Il Parlamento non vota in merito. Ororevole Pannella,
questa e non altra è la disposizione che ho davanti
agli occhi e ritengo che questa constatazione formale di dimissioni non debba essere seguita da
un'altra fase dibattimentale.

Habsburg (PPE).—(DE) Vorrei richiamare la sua
attenzione sul fatto che in occasione di dimissioni
precedenti ha avuto luogo un breve scambio di
opinioni. Certo, ciò rientra naturalmente nella sua
competenza, signor presidente, ma volevo solo ricordarlo.
Inizialmente avevo serie riserve nei confronti della
decisione del collega onorevole Tortora, ma, dopo
l'espressione di nobili sentimenti che ho appena
sentito, vorrei ringraziarlo, a nome di noi tutti per
il fatto di tornare nel suo paese per combattere
per la giustizia. Ciò è degno di un parlamentare
europeo ed io non posso che dirgli: arrivederci
presto!

Presidente - Se c'è un altro collega che chiede la
parola, gliela darò, ma reputo che il disposto del
Regolamento sia esplicito.

Gaibisso (PPE).—Per un richiamo al Regolamento, signor presidente. Noi tutti abbiamo assistito
ad un fatto che non si può non definire drammatico. Non credo che il Regolamento impedisca di
prendere la parola in circostanze come questa. Io chiedo se non sia possibile – fermo restando che non è previsto il voto per la presa d’atto – che chi di noi lo desideri e per il tempo che verrà messo a disposizione, possa esprimere il proprio parere; possa se non altro – sul piano umano, signor presidente! – accompagnare un collega che si allontana da quest’Assemblea per un fatto che lo colpisce personalmente, con il conforto di alcune parole che possono essere cariche di tanti e tali contenuti umani che il giudizio sull’opportunità di esprimerle non può essere affidato soltanto al pragmatismo dei regolamenti.

Selva (PPE) - Signor presidente, benchè le idee nelle quali io credo si differenzino molto dalle idee dell’onorevole Tortora, mi preme in questa circostanza esprimergli il mio ringraziamento per le affermazioni che ci ha fatto. Pur non essendo egli tenuto a dare le dimissioni, ha voluto essere un uomo libero per poter essere giudicato dalla giustizia del suo paese al pari di qualsiasi altro cittadino non dotato di immunità parlamentare. Questa è, io credo, una battaglia che unisce tutti coloro che credono nello stato di diritto, indipentemente dal merito delle questioni per le quali l’onorevole Tortora è stato chiamato a rispondere davanti al tribunale.
Vorrei concludere con un’osservazione: nel nostro paese la giustizia ha fatto molto leva, negli ultimi tempi, sul fenomeno del pentitismo, forse con qualche risultato per quanto riguarda la lotta contro il terrorismo. Io credo però che questo fenomeno – se diffuso ed applicato a qualsiasi altra forma di reato anche al di là della stessa portata della legge – stabilisca una giustizia “non” giusta. Noi che siamo per una giustizia “giusta”, come credo lo siano tutti i cittadini d’Europa che siedono in questo Parlamento, traiamo anche dal gesto dell’onorevole Tortora una lezione, perché questa giustizia si affermi sempre di più.

(Applausi)

Pisoni, Nino (PPE) – Non porterò via molto tempo, signor presidente, ai lavori dell’Assemblea; ma nessuna norma di regolamento può impedire a ciascuno di noi di esprimere solidarietà e grande rispetto nei confronti del collega Tortora. E’ un atto di coraggio, quello di sfidare “senza rete” la giustizia italiana, con tutto ciò che questo gesto può comportare; ed è, indubbiamente, una nobile lezione, come diceva il collega Selva poc’anzi. Io voglio accompagnare il gesto di coraggio dell’amico Tortora con la solidarietà delle idee che rappresento, che sono profondamente cristiane e che, in questo momento, ci accomunano, anche se le strade della via politica qualche volta ci hanno differenziato.
Caro Tortora, ti sono personalmente vicino, e lo sarò anche nei giorni futuri, se la giustizia italiana ti aprirà le porte del carcere, con tutta quella solidarietà che un fratello cristiano è capace di portare a un vero amico.

(Applausi)
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